Riporto la lettera inviata dal Collega Bruno Larosa al Corriere del Mezzogiorno e pubblicata il 18 ottobre ’25, in coincidenza con l’iniziativa dell’ANM napoletana della “Giornata della Giustizia” tenutasi all’interno del Tribunale di Napoli e che serviva anche a presentare il Comitato del “NO” per il prossimo referendum confermativo.

“È un incontro che nasconde un intento politico”

Caro direttore,

l’evento che in Tribunale riunisce i magistrati del Distretto di Napoli, con gli studenti, la cittadinanza e con la presenza di popolari testimonial, mi potrebbe lasciare indifferente, avendo ognuno il diritto di associarsi liberamente e manifestare il proprio pensiero. Se così fosse, mancando causalmente nel programma l’autorevole voce della Difesa, parafrasando Shakespeare direi che “le loro parole non mi interessano. Preferisco la poesia”.

Purtroppo, le cose non stanno così. L’incontro, volutamente mascherato da espediente socialmente rilevante per la trattazione dei temi della giustizia, della pace e della parità di genere, nasconde il reale scopo politico dell’iniziativa, volendo sostenere le ragioni del “No” nel prossimo referendum, al quale sarà sottoposta la Legge costituzionale. Questa evidente disfunzione dell’incontro è provata dalla presenza del Comitato promotore del “NO” e dall’intervento di due dei suoi esponenti.

Com’è noto, la riforma introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e prevede due CSM, una proposta diversamente sostenuta nella Costituente dalle componenti socialista, comunista e democristiana, abbandonata per ragioni politiche che prescindevano dal merito.

Si prevede anche una Corte di Giustizia che giudichi i magistrati nel caso di violazioni delle norme disciplinari, anche questa un’idea già sostenuta da Piero Calamandrei, al quale si deve il testo vigente.

Nel merito possiamo avere posizioni differenti, anche quella responsabile di scegliere di dare alla riforma un sostegno tecnico, senza per questo farlo diventare un appoggio politico all’attuale ministero. Il problema è se quest’iniziativa politica sia consentita e possibile all’interno del Tribunale, nel sacro luogo dove si amministra la Giustizia sia civile che penale in nome del Popolo. E, più in generale, se riunioni di natura politica, possano svolgersi all’interno dello stesso, con l’organizzazione e la partecipazione non del privato, ma del magistrato in quanto tale. E se poi possano farlo alcuni dei Capi degli Uffici Giudiziari quali soggetti rivestiti della funzione direttiva che li pone ai vertici dell’Istituzione.

Qui non è in discussione il diritto dei magistrati di esprimere i loro giudizio critico, ma l’opportunità costituzionale che questa libertà li trasformi in soggetto politico che, in quanto tale, ponga la sua azione in contrasto con l’alta funzione istituzionale esercitata.

A prescindere da come la si pensi, riguardo i temi della Giustizia, fino a quando i magistrati si confrontano con la Difesa, riconoscendo le prevalenti ragioni dell’individuo nei confronti del quale la loro azione è diretta, l’apparato che rappresentano riconosce di muoversi all’interno di un ordine etico-normativo ben definito.

Quando invece, con iniziative come questa, assumono che la Giustizia è <<cosa loro>> muovendosi in contrasto con le scelte del Legislatore, allora disconoscono quell’ordine, frantumandolo. Le gravi conseguenze sulla tenuta democratica sono evidenti: diventando il magistrato soggetto politico rischia di fendere uno dei pilastri sui quali si regge la società democratica, ossia la fiducia che i cittadini devono porre sulle decisioni giurisdizionali.

Forse, allora, non aveva tutti i torti Lenin quando sosteneva che nessuno è più reazionario dei giuristi.

Bruno Larosa