Dai tradimenti alla vittoria apparente
di Bruno Larosa
A oltre dieci giorni dall’esito referendario, superata la delusione, provo a razionalizzare il risultato della mancata approvazione della riforma, sollecitato, anche, dalle voci provenienti dall’interno della magistratura di volersi ritrovare per prescrivere una comune terapia che guarisca la giustizia penale dalle gravi patologie in cui versa. l’ANM, da vincitore, avrebbe un pacchetto di proposte, pronto a essere approvato sull’onda del successo, a suo dire necessario all’efficientamento del processo penale e, però, dimenticando che al cittadino interessa di più la buona qualità del servizio, con la riduzione dei rischi di ingiustizia, assicurando così concretamente l’inviolabilità del diritto di difesa.
La durezza del recente confronto – determinata dalla sistematica ed efficace proposizione di molte verità illusorie (“dal pianto si è passati al ricatto apocalittico”, avrebbe ancora scritto Franco Cordero) – impone di chiedersi se, rispetto al merito della riforma, si sia trattato di una vera vittoria dell’ANM, coerente con i propri valori e con i doveri costituzionalmente spettanti rispetto al ruolo istituzionale rivestito. Ovvero non lo sia affatto, perché conseguita con inganni e tradimenti. Tradimenti, in primo luogo, tra alleati, come si ricava dai dati finali, per i quali due dei partiti di maggioranza hanno perso per strada molti dei loro voti che sarebbero stati necessari per la vittoria finale, e ciò, per il loro scarso impegno propagandistico sui territori, tra le persone, e per le frequenti e inspiegabili gaffe comunicative. Ben più seri, però, mi paiono i voltafaccia che, in tre mesi, si sono celebrati, con inusuale sfacciataggine, rispetto ad alcuni dei valori sui quali si fondava la struttura ideale comune di alcune aggregazioni politiche come il PD, la CGIL e riguardo ai fini perseguiti istituzionalmente dalla magistratura. Riguardo a essi si è molto discusso e non intendo tornarci sopra; ho però idea che, nel tempo, il tradimento dei lavoratori da parte di quel sindacato, gli sarà fatale e, riguardo alla magistratura, la sua condotta la indebolirà piuttosto che rafforzarla ed esporrà la Società a un grave rischio democratico. Non vi è dubbio che uno dei pilastri della democrazia sia l’accettazione, da parte del Popolo, delle decisioni dei giudici, ma se costoro sono scesi nella competizione – e abbiamo visto in che modo! – assumendo decisamente il ruolo che appartiene a una parte politica contro un’altra, si sono esposti al rischio che il Popolo, o buona parte di esso, non accetti più le sue decisioni, facendolo solo in conseguenza della minaccia dell’uso della forza, aprendo così la strada al pericolo di nuove forme di totalitarismo ancora inesplorate nella contemporaneità.
Senza tacere che il manifestato spirito festaiolo di alcuni magistrati, le cui immagini hanno fatto il giro del Mondo, conferma ancora, ove ce ne fosse bisogno, la necessaria e radicale esigenza di un intervento riformatore dell’Ordinamento giudiziario, per renderlo “conforme alla Costituzione” (come ancor oggi dispone la VII^ disposizione transitoria e finale della Costituzione) e “aderente ai principi del processo penale” del 1988 (come disponeva l’art. 5 della legge delega 16.2.87, n. 819), epurandolo dai molti residui del regime fascista nei quali s’è aggrovigliato, dovuti al fatto che esso, nella sua gran parte, è quello voluto nel 1941 dal Guardasigilli Dino Grandi.
Un esito, quello referendario, che se appare consolidare il potere di una parte, in realtà, per la sua inopportuna trasformazione in giudizio politico negativo verso il Governo, si risolve in una sconfitta sostanziale del protagonista più discusso poiché, nel merito, il 46,25% degli elettori ha votato a favore della riforma (12.447.077), e gran parte del 53,75% dei sostenitori del NO (14.462.758) lo ha fatto in opposizione al Ministero, spinto in questa direzione dai partiti di opposizione, dalla CGIL e dall’ANM che hanno cavalcato la paura e l’onda ostile degli elettori nei confronti del Governo Meloni. Allora, piuttosto che festeggiare, i magistrati dovrebbero chiedersi quanto di quella percentuale, apparentemente favorevole, avrebbe votato SI’ alla riforma se non ci fossero stati i falsi timori e il pessimo Governo della Meloni.
La risposta la forniranno gli analisti di professione, ma non è difficile farsene un’idea. Anche perché il dato che proviene dagli italiani che hanno votato all’estero è molto significativo. Costoro, i nostri figli, parenti e amici, hanno espresso il loro voto senza subire il pressing nei confronti del Governo, votando largamente a favore della riforma per il 56,34%. Dunque, è necessario ancora pensare, facendolo responsabilmente, al problema che ha originato la proposta referendaria il quale rimane irrisolto e che il Parlamento dovrà sbrogliare con una decisione ben precisa. Questa soluzione dipende solo dalla politica, alla quale spettano le scelte definitive riguardo il tipo di sistema processuale penale che in futuro governerà il delicato rapporto tra la persona e l’autorità. Se la scelta cadrà sulla prevalenza della difesa sociale e dello Sato rispetto ai diritti fondamentali della persona allora, in una visione autoritaria di quel rapporto, depenneremo l’attuale codice di procedura penale (che peraltro è un inaccettabile ibrido che ha prodotto un’infinità di gusti di sistema) e torneremo al vecchio processo inquisitorio, tanto caro al fascismo e all’antica inquisizione cattolica, nonché a qualche irriducibile nostalgico. Continueremo a tenere unita la carriera del Giudice e del P.M., lasciando che si condizionino a vicenda, tanto da fare del giudice “il ventriloquo” del secondo. Se, come auspico, l’idea che prevarrà sarà quella di assicurare prioritariamente i diritti della persona, ritenendo che l’autorità e lo Stato non debbano mai prevaricarli (democratizzando il processo penale, in una visione più liberale delle relazioni tra i diversi soggetti e rendendolo effettivamente accusatorio), allora si dovrà porre mano a un nuovo disegno costituzionale. Regole rigide che impediranno agli spiriti conservatori di fare scempio di quella scelta, forzandone l’interpretazione. Solo a quel punto, su quelle solide fondamenta, si costruirà il solido edificio di un processo penale rispettoso di quel principio di civiltà.
Non serve allora sedersi al tavolo della discussione per provare a efficientare l’attuale processo (peraltro, facendo un passo indietro rispetto ai diritti riconosciuti), con una parte dei protagonisti galvanizzati da una vittoria apparente, ma è invece necessario chiedere con decisione al Parlamento una risposta urgente e di alto spessore politico, senza che altri Poteri interferiscano al punto da limitarne l’autonomia e, soprattutto, la Sovranità.
Ritengo che l’avvocatura e l’accademia, che in parte sono state anch’esse vittima di tradimenti e di una vecchia ipocrita pratica dell’adulazione, non dovranno sedersi a nessun tavolo tecnico legittimando proposte estemporanee dell’ANM, ma sostenere la visione liberale ed egualitaria del processo penale, sedendosi, se invitati, solo al tavolo della politica, nel rispetto che si deve al Potere legislativo, ossequiosi di quella Carta costituzionale che tanto è stata richiamata e valorizzata in questi ultimi mesi.
Avv. Bruno Larosa, già presidente del “Comitato Mario Pagano per il SI’”