Processo della Storia
XVIII^ edizione
Da un’idea dell’avv. Marco Finiani
IN DIFESA DI GIOACCHINO MURAT
Castelnuovo Cilento – Castello Talamo-Atenolfi – 2 ottobre 2026
Tribunale del popolo: Prof. Avv. Vincenzo Maiello, dott. Roberto Talamo, dott. Giuseppe Galzerano; avv. Giuseppe Amorelli, avv. Antonello Natale.
Pubblico Ministero: dott. Henry John Woodcock
Difensore: avv. Bruno Larosa
Capi di imputazione proposti nei confronti di Gioacchino Murat nato il 25 marzo 1767 a Labastide-Fortunière (Francia): p.p. art. 87, 88, 91 Codice penale dei delitti e delle pene, Decreto Reale Borbonico del maggio 1815:
- a) Pubblico nemico e autore di sedizione – attentato alla sicurezza dello stato: perché con condotte reiterate ed in esecuzione di un identico disegno criminoso, sbarcava a mano armata nel territorio del Regno delle due Sicilie, violando i confini del Regno, al fine di eccitare i sudditi alla rivolta;
- b) Misfatto contro la sicurezza interna dello Stato – Istigazione alla guerra civile e alla ribellione: poneva in essere atti non equivoci intesi a turbare la pace pubblica e scatenare la guerra civile per rovesciare il governo legittimamente restaurato dal Sua maestà il Re Ferdinando IV;
- c) Attentato alla sovranità del Re – Usurpazione di titoli e sovranità: comprovato tentativo di sbarco e dal possesso di atti e proclami sediziosi nei quali l’imputato assumeva abusivamente il titolo di “Re delle Due Sicilie”, conferendo nomine civili e promozioni militari ai suoi complici per favorire l’insurrezione.
In Pizzo Calabro dall’8 al 13 ottobre 1815
Dopo la lettura dei capi di imputazione e della relazione introduttiva, il P.M. ha concluso la sua requisitoria – nella quale ha valorizzato l’Uomo e segnalato l’inidoneità dell’azione contestata alla messa in pericolo dei beni giuridici tutelati dalle norme – chiedendo l’assoluzione di Murat riguardo ai primi due capi di imputazione e la dichiarazione di prescrizione per l’ultimo.
Si riporta il testo dell’arringa difensiva.
***
Signor Presidente, Signori del Tribunale,
siamo riuniti in questo antico Castello Talamo-Atenolfi per rielaborare con tutto il popolo — di cui Voi siete gli autorevoli rappresentanti — un dramma politico-giudiziario il cui copione è stato scritto nell’ottobre di 213 anni fa.
Giudicare Gioacchino Murat non era e non è cosa da poco. Si tratta di un Uomo che, se non fosse esistito realmente, al pari di un redivivo Achille, diremmo essere il prodotto della fantasia di un moderno Omero.
Il capo di imputazione esibisce l’ostinata pretesa di un testardo restauratore, di legittimare la vendetta personale, provando a cancellare la storia con una sentenza; con nient’altro di più che un tratto di penna.
Ma io Vi dico – con la forza che appartiene solo alla storia – che oggi non giudicate solo un uomo, ma un’idea che ha nobilitato tutto l’800 italiano e che continua ancora a produrre i suoi effetti.
L’editto accusatorio dipinge Murat come un brigante, un “pubblico nemico”, sbarcato a Pizzo Calabro per seminare in tutto il Regno il terrore e la guerra civile.
Il terrore e la guerra civile, badate!
Quale mostruosa miopia ha consentito questa idea!
Vi si chiede, signori del Tribunale, di giudicare come un nemico e un brigante un Monarca, Gioacchino Murat che ha regnato legittimamente per sette anni su queste terre, trasformandole da un feudo medievale in uno Stato moderno.
Un Re che Manzoni – dopo aver conosciuto il testo dell’editto di Rimini – ha definito: “Signor che la parola hai proferita,che tante etadi indarno Italia attese”.
Devo confidarvi che sono salito su questo podio e ho iniziato la mia arringa, come vedete, col cuore leggero.
Sentire la Pubblica Accusa, sostenuta qui dal dottor Henry John Woodcock, formulare una richiesta di assoluzione piena per i capi più importanti e la prescrizione per l’ultimo, è un momento di altissima onestà intellettuale.
Qui si vede tutta l’influenza che su di Lui ha l’origine britannica: quel fair play anglosassone dove il servitore della legge non taglia le teste a comando, ma cerca la verità.
Certo, se Re Ferdinando IV — il nostro caro “Re Nasone” — sapesse che il suo P.M. – suo perché rappresentante della Sovranità dello Stato – per giunta di padre inglese, ha appena chiesto di assolvere Murat, gli verrebbe un travaso di bile!
L’Inghilterra aiutò i Borbone a tornare sul trono e un suo ambasciatore pretese la morte di Gioacchino, ora un Woodcock dà ragione a Murat.
La nemesi storica è compiuta!
L’imputazione vorrebbe farci credere che Murat fosse un tiranno crudele.
Ma Gioacchino, quanto a malvagità e perfidia, era l’opposto di Ferdinando IV e ha sempre dato prova di essere capace di distinguere tra le diverse reazioni da avere contro gli avversari.
Ricordiamo il 1804, quando a Parigi fu condannato a morte il duca Louis d’Enghien, giovane rampollo dei Borbone. Murat, pur di non partecipare a quel giudizio e a quell’esecuzione imposta da Napoleone, si ammalò per non uscire di casa!
“Buonaparte vuol gettare una macchia sul mio vestito” disse da Governatore della Città, “ma non ci riuscirà”.
Pianse con la moglie Carolina per l’ingiusta esecuzione e, durante il processo al complice del duca, scrisse a Bonaparte parole che anche oggi esaltano il suo valore morale: «È colpevole, ma nelle guerre civili non vi sono crimini, giudizialmente parlando… difende una causa da lui ritenuta giusta e merita più stima di altri… se gli farete la grazia, io lo prendo come mio aiutante di campo e rispondo di lui sulla mia testa».
Qualcuno sosterrà che si trattò di un caso. Ma la storia si ripeté con il colonnello britannico Hudson Lowe a Capri. Quando Murat prese l’isola con un’azione ardita e coraggiosa come le sue e, anziché giustiziarlo o imprigionarlo, gli concesse di rifugiarsi in Sicilia salvandogli la vita, subendo i rimproveri di Napoleone per la troppa generosità dimostrata.
Si trattò di difendere un nobile, un alto ufficiale, ma con i rivoltosi di bassa lega come si comportò?
A Mondragone, durante il suo regno, dei congiurati prepararono un attentato alla sua vita. Scoperti vennero processati e nel corso del giudizio, mentre la difesa teneva la sua arringa nella speranza di salvar loro la vita, il Presidente di quel tribunale ricevette da Murat un messaggio che lesse, interrompendo l’avvocato: «Io speravo che i congiurati contro la mia persona fossero innocenti… prevengo il voto del Tribunale, fo grazia agli accusati, e comando che al giungere di questo foglio, si sciolga il giudizio e si facciano liberi quei miseri».
Questo era il “principe guerriero”, come lo chiamava il suo leale nemico Ugo Foscolo.
Ma a Ferdinando IV questo “plebeo di campagna” che aveva avuto l’ardire di farsi aristocratico, stava maledettamente antipatico. Fin dal 1801, quando Murat da generale alleato entrò a Napoli acclamato dalla folla festante in via Toledo, Ferdinando non si fece trovare. Il “Nasone” già allora sognava la vendetta contro il figlio di un locandiere.
Quello perpetrato a Pizzo fu un regicidio, l’uccisione di un Sovrano che, come ammise lo stesso generale Nunziante, che istituì quel Tribunale militare, in uno scritto del quale Voi avete copia, “era un Re riconosciuto da tutta l’Europa”.
Persino Umberto di Savoia, qualche decennio dopo, volle la statua di Murat sulla facciata di Palazzo Reale, inserendolo tra quelle di marmo bianco dei sovrani più gloriosi del Regno di Napoli.
Ferdinando, per poter assassinare Murat senza far insorgere i regnanti d’Europa (un precedente pericoloso anche per le loro teste in tempi incerti per le monarchie), dovette prima ingannarlo con la trappola predisposta dal suo Ministro di Polizia De Medici e dal Principe di Canosa (Antonio Capece Minutolo), ed eseguita da traditori come quell’oscuro Barbarà, capitano della sua barca, al soldo dei Borbone, il quale convinse Murat a sbarcare contro la sua volontà per poi abbandonarlo sulla spiaggia alla mercè del nemico, con la complicità dell’Austria, e poi procedere con una farsa che salvasse le apparenze formali.
Sappiamo infatti che la morte di Gioacchino venne decisa a Napoli ben prima che venisse formato il tribunale che lo avrebbe giudicato, da un consiglio di guerra allargato anche agli ambasciatori austriaco e inglese e fu quest’ultimo, William ‘A Curt, a risolvere l’incertezza affermando risoluto: “Ammazzatelo! Me ne assumo io la responsabilità”.
Si trattò di una messa in scena totale.
Se l’azione di Murat fu il frutto di un inganno ordito dai Borbone per farlo rientrare nel Regno e assassinarlo e ciò mi fa pensare all’errore determinato dall’inganno altrui per il quale a pagare deve essere l’ingannatore e non l’ingannato (art. 48 c.p.), al quale si aggiunse la forza maggiore dell’imprevedibile tempesta che costrinse Murat a sbarcare a Pizzo interrompendo il suo viaggio. Vorrei segnalarvi che nel capo di imputazione si fa riferimento solo alla condotta dell’8 ottobre, nella rilevando l’azione precedente e sappiamo che dopo la tempesta del 7 i programmi di Murat, qualunque fossero, erano radicalmente mutati.
La prova decisiva che lo sbarco dell’8 fu causato da un’emergenza di navigazione è qui, a pochi chilometri da noi! Il giorno prima dello sbarco, al largo di Marina di Camerota, quando si era sulla costa della Calabria, l’equipaggio e Murat, vennero sorpresi da una tempesta che li sfiancò e dispersi. A soccorrere l’unico battello rimasto fu Gaetano Talamo.
Il Talamo armò una barca — della quale si conservano ancora gelosamente i fari — e, dopo aver rifocillato Murat nella sua casa, gli fece proseguire il viaggio. Murat, a quel punto, abbandonato ogni precedente progetto, doveva dedicarsi esclusivamente alla ricerca di viveri e di una nave più resistente per poter raggiungere Trieste dove lo attendeva la famiglia.
Una prova di ciò, si trova nell’archivio Borbone, dove c’è traccia della tempesta del 7 che sbaraglio le poche barche di Murat.
Veniamo dunque al merito dell’accusa: Murat, sbarcando l’8 ottobre, avrebbe “Attentato alla sicurezza dello Stato”.
Il dottor Woodcock vi ha detto che con questo fatto, ci si trova davanti a un reato impossibile per totale inidoneità dei mezzi.
Il regime borbonico tremava davanti a un uomo sbarcato con appena ventotto persone?
Ventotto reduci stanchi e bagnati dal naufragio di Camerota, soli contro un esercito borbonico di ottantamila soldati.
Quando Murat sbarca, viene fermato dal capitano Trentacapilli e da quattro popolani senza esplodere un colpo di moschetto a differenza del Trentacapilli che contro quei naufraghi aprì il fuoco procurando perdite.
Se una temibile invasione poteva essere sventata in quel modo, da un Trentacapilli e ladruncolo qualunque, allora non v’era una minaccia di guerra civile; ma quella era solo una comitiva disperata di sbandati, rimasti senza barca e senza viveri!
L’azione di Murat era del tutto inidonea a offendere lo Stato. Il pericolo tipizzato da quelle norme doveva essere concreto e in quel caso non lo era!
L’accusa osserva: “Ma nei passaporti e nei documenti sequestrati, Murat continuava a nominare ufficiali e nobili assumendo il titolo di Re!”.
In quel contesto non si capisce e non può accertarsi cos’era vero e cosa invece era frutto della falsificazione documentale degli agenti borbonici, nell’azione diretta contro Murat.
Comunque, se bastasse questo fatto, dovremmo condannare all’ergastolo quei Borbone o quei Savoia che ancora oggi continuano a elargire titoli cavallereschi e nobiliari dai loro salotti!
Ma noi non li pensiamo nemmeno: un pezzo di carta scritto da un Monarca in esilio non è un’arma da guerra.
Ma vi è di più. Il Tribunale borbonico non solo eseguì un ordine di Ferdinando, ma agì in violazione del diritto internazionale: difettava di giurisdizione.
In base al principio universale «Par in parem non habet imperium», o iurisdictionem, come potevano dei semplici ufficiali giudicare un Re legittimo, perché come tale era stato riconosciuto da tutt’Europa e che non ha mai abdicato.
Un altro spunto di quanto con il processo e l’esecuzione di Murat il Re Nasone abbia toccato il culmine dell’ipocrisia, ci è data dal Trattato di Casalanza, firmato a Capua nel maggio del 1815 dopo la “ritirata” di Tolentino.
I Borbone e i loro alleati – subordinando il Regno agli austriaci – hanno anche stabilito che tutti i militari e i funzionari nominati da Murat avrebbero mantenuto il loro grado, i loro onori e i loro stipendi.
Guardate la schizofrenia giuridica: per il Re, per la burocrazia, per i tribunali e per l’esercito di Napoli, le nomine e i decreti di Murat sono perfettamente legittimi; ma per la vita dello stesso Murat, la sua firma diventa una prova del reato che lo porta alla fucilazione!
I Borbone si tengono le strade, le moderne riforme e i soldati di Murat, ripagandolo con il piombo.
Dottor Woodcock, persino la rigida regalità inglese si sarebbe arresa davanti a questo paradosso di cui solo lo strabismo politico di ‘A Curt non si avvide!
Tentarono, signori del Tribunale, di ingannare la storia. Avviene ancora oggi, sapete, altri sovrani, altri poteri, lo fanno di continuo ignorando che la Storia, ci mette un po’ di tempo, ma alla fine trionfa sempre.
Oggi non siete chiamati a giudicare Ferdinando per la sua recidivante crudeltà, né il generale Nunziante che per l’ingiusta sentenza di un tribunale che non ebbe il coraggio di presiedere, venne premiato col titolo di Marchese di San Ferdinando di Rosarno.
Giudicate le condotte imputate a Gioacchino con un giudizio storico.
Come insegna la giurista francese Carole Vilant: “La storia ha le sue leggi, che la legge ignora”.
Giudicherete Gioacchino Murat solo con le leggi della storia. Non certo con quelle ornate dalla sete di vendetta di Ferdinando.
Non usando il criterio della Storia, chiamati Voi a un giudizio postumo, dovreste condannare anche i generali che attentarono alla vita di Hitler o quei patrioti come Vassalli, Pertini e tutti gli eroi della nostra Resistenza al nazi-fascismo che, per renderci liberi, violarono apertamente le leggi dell’epoca che sanzionavano quelle azioni con la morte.
Giudicate Murat per il suo coraggio, per l’ardimento dimostrato nel sostenere i nuovi valori rivoluzionari; lo vediamo ancora, nella sua insubordinazione, urlare ai commilitoni: “Che cos’è il terzo stato? Tutto. Che cosa è stato sinora? Niente. Che cosa chiediamo di essere? Qualcosa”. Così lo ricordiamo quando, alla fine, inascoltato proclamava “indipendenza, unità d’Italia, governo costituzionale “, parole quelle che divennero la chiave di volta del nostro Risorgimento.
Lo giudicherete per gli straordinari progetti urbanistici e culturali di cui ancora Napoli e le regioni del regno si vantano: le biblioteche, la facoltà di ingegneria, le scuole delle arti e dei mestieri, il risanamento del debito pubblico, le opere che realizzò nel Cilento prima di allora del tutto abbandonato: “Qui non si muore” è la sua frase scolpita una lapide a Castellabate, rendendo immortali le Sue parole.
Quando furioso Napoleone gli scriveva: “Pagate più sollecitamente le mie truppe, invece di costruire strade e dotare istituti di istruzione”, Gioacchino, spirito ardito e ribelle – che già amava il Regno del quale, diceva, aver il cielo più bello del Mondo, tanto da volerlo imprimere nell’azzurro del suo stendardo – non lo ascoltò e continuò la sua strada riformatrice, inimicandosi il Cognato.
E non si può qui tacere che attuò la legge che aboliva il feudalesimo e i suoi privilegi. Come scrisse Benedetto Croce: “La classe borghese salì allora veramente al Governo degli Stati: allora finì veramente il Medioevo”.
Per tutto questo e per molto altro ancora lo giudicherete: per l’amore e il rispetto che ha mostrato per il Regno che divenne la sua patria, pronto a trascurare i suoi legami con la Francia per difendere i napoletani.
Lo giudicherete con le norme di quel diritto naturale che appartiene all’umanità e alla nostra storia, con quella libertà che è propria della cultura umanistica occidentale.
Non vi chiedo di interpretare la storia, vi sto chiedendo di rispettarla giudicando Murat col patrimonio di quei valori necessari per rimediare agli effetti di una volontà immorale.
Un compito più da intellettuali che da giudici, in un tempo nel quale buona parte dei magistrati e degli avvocati intellettuale non siamo più.
Fate prevalere le esigenze universali di giustizia rispetto al valore delle leggi positive.
In tempi come i nostri, dove le guerre si combattono soprattutto col massacro dei civili, come vorreste giudicare, se non innocente, l’unico condottiero che a Napoli mostrò di rispettare i diritti umani. Murat, fin dalla sua prima esperienza bellica contro i Borbone, impose ai suoi soldati di non torcere un capello ai cittadini napoletani! Come fece anche alla fine rifiutandosi di portare in Città la guerra per evitare la sofferenza dei civili.
Signori del Tribunale, la Pubblica Accusa, con un atto che fa onore alla Giustizia, ha chiesto in buona parte l’assoluzione. La Difesa si associa e chiede di assolvete Gioacchino Murat per tutti i capi contestati, perché il suo sbarco, dopo il soccorso di Marina di Camerota, era la conseguenza di un inganno e quello che rimaneva era il sogno innocuo di un reato impossibile.
Restituite a Murat i suoi diritti, non potendo restituirgli quel valore e quella gloria che Egli non ha mai perso.
Bruno Larosa
Il Tribunale, all’esito della camera di consiglio, ha assolto Gioacchino Murat da tutti i capi di imputazione, valorizzando l’errore in cui era caduto a causa dell’azione ingannatoria dei Borbone; la inidoneità della condotta a mettere in pericolo i beni giuridici protetti; la mancanza, dunque, di un pericolo concreto, necessario al configurarsi di quelle fattispecie, ed evidenziando come, comunque quelle condotte erano scriminare dall’alto valore civile e morale perseguito.