I fatti denunciati dagli Avvocati Raffaele Esposito e Salvatore Pettirossi, relativi allo svolgimento di attività investigative all’interno e nelle immediate adiacenze dell’aula di udienza della Corte di Assise di Napoli, pongono una questione che travalica il profilo, pur rilevante, della violazione di singole disposizioni del codice di rito.
Si rende necessario riflettere su una trasformazione più profonda del processo penale, nella quale il diritto di difesa risulta inciso non soltanto sul piano normativo, ma anche sul piano materiale e spaziale.
Accanto alla ben nota erosione legislativa delle prerogative difensive, emerge oggi un fenomeno ulteriore: la sottrazione degli spazi fisici nei quali la difesa si esercita.
Secondo quanto risulta dalla documentazione esaminata dagli organismi dell’Avvocatura napoletana, nel corso di un giudizio pendente innanzi alla III Sezione della Corte di Assise, sono state disposte attività investigative comprendenti riprese audiovisive, intercettazioni ambientali e osservazioni sistematiche dei comportamenti dei difensori durante l’esercizio del mandato. Tali attività pongono evidenti problemi di compatibilità con l’art. 103 c.p.p., che sancisce il divieto assoluto di intercettazione delle comunicazioni difensive e impone l’immediata interruzione delle captazioni qualora emerga la presenza del difensore nell’esercizio della funzione. A ciò si aggiunge la violazione delle regole che attribuiscono al giudice la direzione esclusiva dell’udienza e del dibattimento, ai sensi degli artt. 131, 470 e 471 c.p.p.
L’osservazione e la verbalizzazione di elementi del comportamento dei difensori, delegate alla polizia giudiziaria, determinano una sovrapposizione funzionale tra organo requirente e funzione giudicante, con effetti distorsivi sull’equilibrio tra le parti e sulla terzietà del giudice.
Il profilo di maggiore interesse è il mutamento di paradigma che tali prassi rivelano. Dopo anni di progressiva compressione dello spazio giuridico della difesa, si assiste oggi a un passaggio ulteriore: la difesa viene esercitata in luoghi che non sono più neutrali, ma sottoposti a controllo investigativo.
L’aula di udienza, tradizionalmente intesa come spazio terzo del contraddittorio, perde così la sua funzione di luogo separato e garantito, divenendo ambiente operativo dell’accusa. Il difensore, da soggetto costituzionale del processo, rischia di essere ridotto a oggetto di osservazione.
In questa prospettiva, la crisi del diritto di difesa si manifesta non solo come compressione di facoltà, ma come perdita del luogo nel quale tali facoltà trovano concreta esplicazione.
Senza indulgere in suggestioni metagiuridiche, può tuttavia osservarsi che la sottrazione degli spazi della difesa si inserisce in una più ampia crisi del processo inteso come rito. È stato da tempo evidenziato come la perdita dei riti comporti una perdita di senso e di limite nell’azione istituzionale¹. Analogamente, la dottrina ha messo in luce come la giustizia contemporanea tenda a una progressiva “despazializzazione”, con l’indebolimento dei luoghi simbolici della giurisdizione e della loro funzione di garanzia². I fatti di Napoli sembrano confermare tali analisi: l’aula di udienza sopravvive formalmente, ma viene svuotata della sua funzione costituzionale.
Il parallelismo con la vicenda del carcere di Perugia è evidente. In quel contesto, la captazione sistematica dei colloqui tra detenuti e difensori ha indotto l’Unione delle Camere Penali Italiane a qualificare i fatti come violazione strutturale del diritto di difesa, proclamando l’astensione nazionale.
In entrambi i casi, ciò che viene in rilievo non è soltanto la violazione di una norma processuale, ma la profanazione di uno spazio fisico protetto: la sala colloqui nel carcere e l’aula di udienza nel tribunale. Cambia il contesto, ma non la logica sottostante: la difesa viene privata del suo luogo.
I fatti occorsi presso la Corte di Assise di Napoli mostrano come la crisi del diritto di difesa non possa più essere letta esclusivamente in termini di violazione di singole disposizioni del codice di rito. Essa investe la struttura spaziale – fisica – del processo penale e la possibilità stessa di esercitare la difesa in luoghi sottratti al controllo dell’accusa.
Quando l’aula di udienza cessa di essere spazio terzo e garantito, il problema non è soltanto di inutilizzabilità della prova, ma di tenuta complessiva del modello processuale. Una difesa priva di luogo rischia di sopravvivere come funzione formale, ma svuotata di effettività.
¹ B.‑C. Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, trad. it., Nottetempo, Roma, 2019.
² A. Garapon, Giudicare. Saggio sul rituale giudiziario, trad. it., Cortina, Milano, 1999; Id., La raison du moindre État. Le néolibéralisme et la justice, Odile Jacob, Paris, 2010 (per il concetto di despazializzazione della giustizia).
Esposto Avvocati Esposito e Pettirossi
Documento giunta camera penale 19.5.26