Tribunale di Napoli
Sala Arengaro, 5 novembre 2024
La Figura dell’avvocato penalista: l’umanità, l’umiltà e il rispetto nell’esercizio della professione
- L’insegnamento ed il ricordo dell’Avv. Prof. Alfonso Stile
Si fa fatica a parlare brevemente della lunga esperienza vissuta con il professore Stile, e intanto dico subito che Lui è sempre presente. Tra noi ne parliamo spesso e a volte, muovendomi per i corridoi scuri di questo tribunale, da lontano mi pare di vederlo in un tratto, in una movenza, in un’espressione che si manifestano spontanee in chi, per tanto tempo, lo ha frequentato: un’inconscia emulazione dei suoi modi garbati e dei suoi gesti decisi, acquisiti naturalmente, mentre si soddisfaceva il bisogno di conoscere:
su “come fare” e “su come comportarsi”.
E così, davanti a uno dei tanti problemi che pone l’esercizio della professione, per risolverlo, mi chiedo sempre che cosa avrebbe fatto il Professore al mio posto.
Il suo metodo, con noi che volevamo fare gli avvocati, consisteva nella descrizione: delle tecniche processuali, di quelle strategiche e della spiegazione del diritto, riguardanti le vicende che di volta in volta lo occupavano.
Noi che non potevamo ancora formarci grazie all’esperienza diretta – non avevamo processi nostri per poterlo fare – lo facevamo grazie all’esperienza indiretta che veniva dai segni, dal racconto, dalla descrizione dei fatti e del diritto che dei suoi processi ne faceva il Professore.
Ero come uno di quei giovani cacciatori che imparano ascoltando le storie di caccia; che origliano la preparazione della battuta; che osservano instancabili la strategia attuata, per come descritte e praticate dal più esperto e dal più bravo.
L’ascolto di quello che diceva e l’osservazione della Sua azione pratica, sono stati l’alimento che mi ha fatto diventare un avvocato.
Il professore sapeva di essere un esempio; gli faceva piacere esserlo e, dunque, si è sempre guardato dall’essere, per noi, un cattivo esempio.
I ricordi dei momenti vissuti insieme a studiare un fascicolo, a discutere su come impostare la strategia processuale, a discorrere di tanti temi anche di politica e attualità durante le lunghe attese per la chiamata di un processo o per la lettura di un dispositivo, sono stati così tanti –come lo è la mia gratitudine per lui – e sono tali, che mi è difficile selezionarne qualcuno togliendolo dal tutto.
Però il ricordo di un solo episodio è importante – non solo perché chi è meritevole della memoria del particolare, vuole dire che è stato degno di essere vissuto come esperienza – ma anche perché ogni volta che lo facciamo, accendiamo una luce che ci consente di vedere chi ci ha preceduti, pronto – come faceva sempre il Professore – a incoraggiare e a sostenere.
C’è una cosa che di Lui sempre mi torna in mente, sorprendendomi ancora, ed è lì pronta ad ammonirmi dei miei limiti:
la sua capacità di riuscire a cogliere, immediatamente, il punto debole e decisivo di ogni questione che gli veniva prospettata, diventando il punto di forza della sua difesa: individuava istantaneamente sia la questione giuridica decisiva che il profilo critico del fatto; e quella sua iniziale intuizione risultava sempre confermata, anche dopo molto tempo.
Una capacità innata e insuperabile, che non ho visto in nessun altro dei grandi avvocati che ho conosciuto: anche questo lo rendeva prezioso come maestro.
Mai superiore ad alcuno; mai superbo: dunque, nemico dei conflitti.
Era così per ogni sua relazione: tanto nell’accademia che nella professione: un tempo si impegnò a far studiare e laureare in giurisprudenza un detenuto, tale Madonna. Il professore credeva davvero che la passione per lo studio e la conoscenza avrebbero portato quel detenuto a cambiar vita; che lo avrebbero tenuto lontano dalle chimere che provenivano dall’ambiente criminale nel quale orbitava (erano i tempi delle dinamiche cutoliane) …
Anni dopo ero con lui, nella sua stanza, quando arrivò la telefonata con la quale gli comunicarono che lo avevano ucciso. Nelle sue parole, quella sola volta, colsi il sentimento della sconfitta, non come quando si perde un processo, ma come quando si perde la speranza di riuscire a redimere qualcuno dal male.
Mi ricordo anche di quando il sottosegretario alla giustizia dell’epoca (Mastrantuono), chiese al Professore di predisporre un testo per un disegno di legge che servisse a bloccare i patrimoni dei familiari delle persone sequestrate a scopo di estorsione (dalle mie parti quel tipo di sequestro era divenuto una vera emergenza).
Da poco ero arrivato nel suo studio alla Riviera proveniente da un piccolo paese e, nonostante la garbata e preziosa accoglienza offertami, mi sentivo spaesato e insicuro. Il Professore, in quell’occasione, mi chiamò nella sala riunioni e, dinnanzi al sottosegretario, mi chiese cosa ne pensassi e se avessi qualche suggerimento da dare.
Non posso dilungarmi su cosa significò quel momento, né su quale importanza ebbero per la mia formazione, le tante occasioni che si succedettero (di lì a qualche anno partì Mani Pulite e con il professore abbiamo vissuto tutto quel periodo in un coacervo di esperienze forti e di impegni che oggi sarebbero impensabili).
Molti ricordano il Professore per essere stato un uomo di successo, ma credo che vada soprattutto ricordato perché lo è stato senza mai perdere la propria anima, senza rinunciare alla sua grande umanità, per l’elevata cultura che aveva e che trasmetteva: per Via dei Tribunali, durante le attese, mi portava a visitare le antiche chiese e si appassionava a raccontarmi dei dipinti che osservava sempre come se quella fosse la prima volta; oppure si fermava a rintracciare vecchie stampe nelle antiche librerie; una volta entrammo da un bottegaio, e mi spiegò come si riconosce una cornice del 700, da una più moderna).
il Professore va ricordato, dunque, per il suo grande valore.
Alfonso Stile, nella instancabile lotta per l’affermazione dei diritti e delle libertà di tutti, non si è dato mai per vinto: un liberale convinto, mai però un liberista.
Bruno Larosa