Il Vice presidente del CSM, avv. Fabio Pinelli, il 15 settembre scorso, dopo aver difeso la magistratura dal sospetto di politicizzazione della giurisdizione, concludeva la lunga intervista rilasciata a Giovanni Bianconi sul “Corriere della Sera”, affermando risoluto: “E dubito che l’introduzione continua di nuove norme abbia la funzione salvifica che spesso le si attribuisce. Bisogna agire sull’etica dei comportamenti piuttosto che sulle regole”.

Trascurando l’ovvio, mi chiedo a quali comportamenti Pinelli si riferiva. Dubito a quelli dei cittadini in generale perché sarebbe inopportuno e quanto meno disdicevole che lo Stato, attraverso i suoi Organi costituzionali, adempia a queste funzioni, bastando al Popolo le infelici esperienze fatte al tempo dei governi totalitari che, agendo anche sul piano etico, hanno ingannato e fatto soffrire molti milioni di persone. Il fatto poi che il Vice Presidente non abbia utilizzato il termine “morale”, che avrebbe indirizzato l’azione proposta verso i comportamenti collettivi, ma la parola “etica” che si riferisce piuttosto a quelli individuali, dimostra che Pinelli avesse di mira le condotte individuali dei magistrati.

Quindi, per la “carica istituzionale” ricoperta, credo che Pinelli abbia voluto intendere come il CSM auspichi un’azione che incida, attraverso la valutazione, sul comportamento etico del singolo magistrato, poiché è la distorsione di quel Valore che, nell’insieme degli altri atteggiamenti, impedisce il successo di qualsiasi intervento riformatore.

Il fondamento di quest’affermazione risiede nella consapevolezza che, per esempio, il Processo penale dell’’88, con tutte le belle speranze che l’accompagnavano di ridefinire in senso moderno e democratico i rapporti tra autorità e cittadini, è stato sabotato proprio dai magistrati, culturalmente inadeguati ad accogliere quella novità straordinaria, al punto da ridurlo all’attuale condizione di inefficienza e inefficacia e senza che alcuna delle successive riforme o novelle, intervenute per limitare le paralizzanti interpretazioni creative, ne abbiano migliorato le condizioni. Un rischio che come altre corre anche l’attuale riforma Cartabia.

Il sabotaggio delle riforme da parte di chi è demandato ad attuarle, non è certo una novità. Quelle che vengono esibite come successi del progresso sociale, sono schiattate dal giogo dell’azione conservatrice delle forze che intendono salvaguardare il preteso primato dei loro principi culturali e le proprie posizioni di potere.

D’altro canto ritenere che i magistrati siano dei conservatori non è una novità. Il loro ruolo, in un certo senso, glielo impone; e anche altri, ben più autorevoli pensatori, hanno avuto una posizione che nella magistratura vedeva un freno ai cambiamenti estremi, tale da comportare un riposizionamento delle forze al potere.

Forse ciò è nella natura delle cose, e in particolare in quella di noi umani, che quando non abbiamo qualcosa (una posizione, un bene, un diritto, uno spazio di potere) combattiamo ideologicamente e agendo anche sul terreno pratico per ottenerla e, quando l’abbiamo ottenuta non desideriamo altro che difenderla, e non c’è ideologia che tenga davanti al rischio di perderla. Al primo sentimento progressista, d’incanto, sostituiamo l’innato istinto conservatore, transitando miseramente dall’altra parte.

Per chiudere il cerchio di questo istintivo ragionamento, torno infine alle parole del Vicepresidente del CSM: è forse il caso di auspicare che le sue intenzioni trovino effettività nell’azione dell’Organo di autogoverno (attualmente non si può andare oltre a un moderato desiderio!), quando, dovendo promuovere, assegnare, trasferire magistrati o anche destinarli a qualche ufficio governativo nazionale e sovranazionale, esamini la singola posizione rispetto all’azione passata ma, soprattutto, attenzioni quale sia stato l’approccio etico del magistrato rispetto alla Persona, all’Ordinamento Giuridico dello Stato e a quello Sovranazionale.

Non si tratta di fare una cosa astrusa e difficile, basterebbe verificare se il candidato ha sempre agito con gli altri allo stesso modo di come avrebbe voluto che gli altri agissero con lui, se si fosse trovato al loro posto. Tutto qui!

Non dovrà, dunque, esaminarsi solo l’appartenenza, la carriera, la competenza, la capacità tecnico-giuridica che ci sono tutte, piuttosto deve esserlo il rigore etico del suo comportamento dimostrato rispetto alla Legge e a tutti i Valori della Carta Costituzionale; devozione che deve esserci stata nei fatti e non nelle belle e nobili parole: basandosi, dunque, sul contenuto dell’azione e sull’essere del magistrato, piuttosto che sul suo solo apparire.

Per fare un esempio, in una sentenza della Cassazione penale, si legge che il Giudice è la “terza gamba dell’Accusa”, avendo il dovere di intervenire in suo soccorso quando è necessario. Il Magistrato che l’ha redatta mostra così un grave limite culturale poiché, pensandolo, dimostra di non avere l’esperienza adeguata a far valere le norme codicistiche e il Valore costituzionale del Giudice “terzo e imparziale”, avendolo scritto denuncia soprattutto i suoi limiti etici. Questa posizione reazionaria deve essere tenuta in debito conto da chi decide della sua carriera e della sussistenza delle qualità etiche, con le quali è necessario che agisca chi è chiamato ad attuare una riforma.

Questo è il metodo, ritengo, che consentirebbe di agire lecitamente “sull’etica dei comportamenti” dei magistrati, dimostrando che quel Valore individuale è l’unico elemento indispensabile e decisivo della valutazione operata dall’Organo di autogoverno, avendo così quella funzione “salvifica” necessaria a mantenere il nostro Paese tra gli Stati di Diritto.

Bruno Larosa