Addio, caro Maestro
Non ricordo quando ho incontrato Francesco Guccini al Bar Roma in via Toledo, sotto il mio studio d’allora, certamente erano i primi anni duemila. La sera precedente ero stato a un suo concerto al Palapartenope, strapieno. Timoroso lo avvicinai al bancone mentre, con un amico, prendeva un vero caffè napoletano. Rimasi compiaciuto del fatto che non se la tirasse affatto. Si mostrò più timido di quanto apparisse nelle immagini pubbliche e, con quella sua marcata inflessione emiliana, si scusò per non riuscire a fissare per i suoi concerti al Sud, più date di quelle pochissime programmate. Sono cresciuto e invecchiato con le parole delle sue canzoni, facendolo tra gli sfottò di chi ha un orecchiò più musicale del mio, andante con la modernità condivisa. Quell’incontro di pochi minuti con il Gigante buono mi emozionò molto: fu come reincontrare il vecchio maestro d’un tempo, uno di quelli che in qualche modo ti hanno segnato la vita. Oggi, nell’instancabile vociare incontrollato dei primi giorni di agosto, quell’episodio così breve e solenne, torna in mente, mentre gli ipocriti lo esaltano alla notizia quieta della sua morte, mentre si è avverata una sua rara profezia: “Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto/ dove non soffriremo e tutto sarà giusto”.
Dalla fine degli anni ’60, molti si sono continuati a formare politicamente con le letture di Marx ed Engels, di Lenin e di Gramsci, di Adorno e di Polanyi e alla lunga la loro coerenza pratica si è dimostrata molle come il burro, se addirittura non è stata un vero e proprio tradimento. Sono stati costoro, infatti, che hanno approvato o concorso ad approvare riforme normative in contrasto con l’ideologia socialista classica e socialdemocratica e ad aprire le porte a politiche neoliberiste per le quali oggi chi lavora lo fa solo per procurare ricchezza ai più ricchi: il pacchetto Treu del 1997, ha scardinato il principio del posto fisso, aprendo la strada al lavoro interinale che tanti gusti ai lavoratori ha causato. Il Jobs Act del 2014 ha abolito l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, tradendo i diritti storici dei lavoratori e indebolendoli ancora di più. Le privatizzazioni degli anni ’90 di Amato, Prodi e D’Alema che hanno svenduto ai privati i beni, i loro mezzi di produzione e i servizi strategici, quando era invece necessario mantenerli pubblici per garantire il bene comune. Le c.d. liberalizzazioni del Ministro dello Sviluppo Pubblico Pier Luigi Bersani, che ha apertamente e ampiamente abbracciato le logiche liberiste del mercato, con danni irreversibili anche per il diritto di difendersi. E così via, fino a spiegarsi anche l’ultimo imperdonabile tradimento, quello assunto rispetto alla posizione riguardante la separazione delle carriere dei magistrati, schierandosi – questi pseudo progressisti e indegni eredi di quel socialismo – nell’ultimo referendum confermativo di una riforma attesa dalla sinistra fin dall’inizio del ‘900, apertamente per il “NO”.
Chi invece si è formato politicamente con le parole delle canzoni di quelli come Guccini, Bertoli e altri, ha mantenuto ferma la propria coerenza fatta, più che di parole, di un’azione pratica silenziosa e costante. Una visione pienamente progressista e liberale nel senso filosofico del termine secondo la definizione popperiana: il liberalismo è l’amore per la libertà, con la consapevolezza del pericolo che corre per lo strapotere dell’autorità e dell’azione dei potenti.
Molti, ora che il Maestro non c’è più, ricordano le sue opere migliori, quelle politiche e dell’impegno sociale. Ce n’è una che vorrei ricordare anch’io perché è stata colpevolmente trascurata da quando la destra, ignorante e impreparata, ha cercato di appropriarsene abusivamente suscitando parole ironiche dell’Autore. Lo faccio perché Cyrano, dopo le altre, ha avuto il merito di una spinta ulteriore. La canzone è uscita quando da poco meno di dieci anni facevo il penalista ma, quando ero bambino, mio nonno, che commerciava da ambulante nelle impervie contrade aspromontane, mi ammoniva sempre ricordando che la vera forza non sta nel braccio, ma nelle parole e nella penna che le fissa, e che per questo dovevo studiare. La sera, seduti intorno al focolare, non si stancava di raccontarmi le storie di Bertoldo, che usava le parole come un’arma invincibile contro i potenti. Guccini con quella canzone me l’ha ricordato e, anche questo testo, ha avuto un ruolo importante nelle mie successive determinazioni.
Dopo averne riportato una rima, riprendo concludo con l’attacco della canzone, non mancando di ringraziare Francesco Guccini per quello che mi ha insegnato e, soprattutto, perché le sue lezioni, ricordandole, mi hanno aiutato a mantenere la coerenza con i valori che quelle parole ispirano: “Venite pure avanti, voi con il naso corto/ Signori imbellettati, io più non vi sopporto/ Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio/ perché con questa spada vi uccido quando voglio”.
Bruno Larosa